IL GIARDINO DEI SENTIERI CHE SI BIFORCANO
di J.L.
Borges
Tratto da: Borges, Tutte le opere, A. Mondadori
Ed., Milano 1984, Vol. I°, pp. 688-702. Traduzione di Franco
Lucentini.
a Victoria Ocampo
A pagina 252 della Storia della Guerra europea di Liddell Hart si
legge che un'offensiva di tredici divisioni britanniche (appoggiate da
millequattrocento pezzi d'artiglieria) contro la linea Serre-Montauban era stata
decisa per il 24 luglio l916, ma dovette essere ritardata fino alla mattina del
29. Questo ritardo (secondo il capitano Liddell Hart) si dovette unicamente alle
piogge torrenziali. La seguente deposizione, dettata, riletta e firmata dal
dottor Yu Tsun, ex professore d'inglese alla Hochschule di Tsingtao,
getta sul caso una luce insospettata. Mancano le due pagine iniziali.
... e
riappesi il ricevitore. Immediatamente dopo, riconobbi la voce che aveva
risposto in tedesco. Era quella del capitano Richard Madden. Il fatto che Madden
si trovasse nell'appartamento di Viktor Runeberg significava la fine dei nostri
affanni e anche - ma questo pareva molto secondario, o almeno doveva
parermi tale - delle nostre vite. Significava che Runeberg era stato
arrestato, o assassinato.* Prima che declinasse il sole di quel giorno, io avrei
certo subito la stessa sorte. Madden era implacabile. O meglio: era costretto a
essere implacabile. Irlandese agli ordini dell'Inghilterra
* Ipotesi
idiota e infondata La spia prussiana Hans Rabener, alias Viktor Runeberg,
aggredì con una pistola automatica il latore del mandato d'arresto, capitano
Richard Madden. Questi, in propria difesa, gli cagiono' ferire che ne
determinarono la morte. (Nota dell'editore.)
Finzioni
691
uomo accusato di tepidezza e forse di tradimento, come
non avrebbe profittato e gioito di questo miracoloso favore: la cattura, forse
la morte, di due agenti dell'Impero tedesco? Salii nella mia stanza; chiusi a
chiave, assurdamente, la porta, e mi stesi sullo stretto letto di ferro. Dietro
la finestra aperta c'erano i tetti di sempre e il sole obnubilato delle sei. Mi
parve incredibile che questo giorno senza premonizioni né simboli fosse quello
della mia morte implacabile. Con tutto questo: che mio padre era morto; con
tutto questo: che ero stato bambino nel simmetrico giardino di Hai Feng: io,
ora, stavo per morire? Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade
precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i
fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che
realmente accade, accade a me... Il ricordo quasi intollerabile del volto
cavallino di Madden abolì queste divagazioni. Nel mezzo del mio odio e del mio
terrore (ora non m'importa di parlare di terrore: ora che ho beffato Richard
Madden, ora che la mia gola anela la corda) pensai che quel guerriero tumultuoso
e indubbiamente felice non sospettava che io possedessi il Segreto: il nome del
luogo preciso in cui erano postate le artiglierie del XI Parco britannico
sull'Ancre. Un uccello che rigò il cielo grigio, macchinalmente lo tradussi in
un aeroplano, e questo aeroplano in molti (nel cielo francese), che
annichilavano il parco d'artiglieria con bombe verticali. Se la mia bocca, prima
che una palla la fracassasse, avesse potuto gridare questo nome in modo che
l'udissero in Germania... La mia voce umana era poverissima. Come farla giungere
all'orecchio del Capo? All'orecchio di quell'uomo odioso e malaticcio, che nulla
sapeva di Runeberg e di me se non che eravamo nello Staffordshire e che invano
s'aspettavano notizie nostre nell'arido ufficio berlinese dov'egli era seduto,
sfogliando infinitamente giornali... Dissi a voce alta: " Debbo fuggire ". Mi
levai senza
692 Jorge Luis Borges
rumore, in una
inutile perfezione di silenzio, Come se Madden già stesse spiandomi. Qualcosa -
forse il mero desiderio d'una prova ostensibile che le mie risorse erano nulle -
mi persuase a una rivista delle mie tasche. Vi trovai ciò che già sapevo vi
avrei trovato. L'orologio nordamericano, la catena di nichel con la sua medaglia
rettangolare, il portachiavi con le compromettenti e inutili chiavi
dell'appartamento di Runeberg, il taccuino, una lettera che decisi di
distruggere immediatamente (e che non distrussi), il passaporto falso, una
corona, due scellini e alcuni pence, la matita rossa e blu, il fazzoletto, la
rivoltella con una pallottola. Assurdamente la impugnai e la soppesai per farmi
coraggio. Pensai vagamente che un colpo di pistola puo' udirsi da molto lontano.
In dieci minuti il mio piano era pronto. La guida telefonica mi dette il nome
dell'unica persona capace di trasmettere la notizia: viveva in un sobborgo di
Fenton, a meno di mezz'ora di treno.
Sono un uomo codardo. Ora lo dico, ora
che ho condotto a termine un piano di cui nessuno potrà dire che non fosse
arrischiato. Io so che la sua esecuzione fu terribile. Non lo feci, no, per la
Germania. Nulla m'importa d'un paese barbaro, che m'ha obbligato alla condizione
abietta di spia. E poi so d'un uomo d'Inghilterra - un uomo modesto - che per me
non è meno di Goethe. Non parlai con lui più di un'ora, ma durante un'ora fu
Goethe... Lo feci, perché sentivo che il Capo teneva a vili quelli della mia
razza - gli antenati innumeri che confluiscono in me. Volevo provargli che un
giallo poteva salvare i suoi eserciti. Ora io dovevo sfuggire al capitano. Le
sue mani e la sua voce potevano battere da un momento all'altro alla mia porta.
Mi vestii senza rumore, mi dissi addio allo specchio, scesi, scrutai la strada
deserta e tranquilla, e partii. La stazione non era molto distante, ma giudicai
preferibile prendere una vettura. Mi dissi che in questo modo correvo meno
pericolo d'essere riconosciuto; il fatto è che
Finzioni
693
nella strada deserta mi sentivo infinitamente visibile
e vulnerabile. Ricordo che dissi al conducente di fermare un poco prima
dell'entrata centrale. Scesi con lentezza voluta e quasi penosa. Andavo al
villaggio di Ashgrove, ma presi un biglietto per una stazione più distante. Il
treno partiva tra pochi minuti, alle orto e cinquanta. M'affrettai; il treno
seguente non sarebbe partito che alle nove e mezzo. Non v'era quasi nessuno
sulla banchina. Percorsi i vagoni: ricordo alcuni contadini, una donna in lutto,
un giovane che leggeva con fervore gli Annali di Tacito, un soldato
ferito e felice. Il convoglio infine si mosse. Un uomo che riconobbi corse
invano fino al termine della banchina. Era il capitano Richard Madden.
Annichilato, tremante, mi rifugiai all'altro estremo del corridoio, lontano dal
temuto cristallo.
Da questo annichilamento passai a una felicità quasi
abietta. Mi dissi che il duello era ormai impegnato e che io avevo guadagnato il
primo assalto, sventando anche se per quaranta minuti, anche se per un favore
del caso l'attacco del mio avversario. Pensai che questa vittoria minima
prefigurava la vittoria totale. Pensai che non era minima, poiché senza il
prezioso intervallo che l'orario dei treni m'offriva già sarei stato in carcere,
o già sarei morto. Pensai (non meno sofisticamente) che la mia codarda felicità
stava a provare che ero uomo da portare a buon fine l'avventura. Da questa
debolezza trassi forze che non m'abbandonarono. Prevedo che l'uomo si rassegnerà
a imprese ogni giorno più atroci; presto non vi saranno più che guerrieri e
banditi; do loro questo consiglio: l'esecutore di un'impresa atroce immagini
d'averla già compiuta, s'imponga un futuro che sia irrevocabile come il
passato. Così procedetti io stesso, mentre i miei occhi d'uomo già morto
registravano il fluire di quel giorno che forse era l'ultimo, e la diffusione
della notte. Il treno correva dolcemente, tra i frassini. Si fermò quasi in
mez-
694 Jorge Luis Borges
zo alla campagna.
Nessuno gridò il nome della stazione. "Ashgrove?" chiesi a dei ragazzetti sulla
banchina "Ashgrove" risposero. Scesi.
Una lampada illuminava la banchina, ma
i volti dei ragazzi restavano nella zona d'ombra. Uno mi chiese:
"Lei va dal
dottor Stephen Albert?". Senza aspettare che rispondessi, un altro disse:
"
E' lontano di qui, ma lei non si perderà se prende questo sentiero a sinistra, e
se poi volta a sinistra a ogni crocicchio ". Gettai loro una moneta (l'ultima),
scesi qualche gradino di pietra e presi per il sentiero solitario. Questo,
lentamente, scendeva. Era di terra battuta, in alto i rami si confondevano, la
luna bassa e circolare sembrava accompagnarmi.
Per un istante, temei che
Richard Madden avesse penetrato il mio disperato proposito. Ma subito compresi
che non era possibile. Il consiglio di voltare sempre a sinistra mi rammentò che
era questo il procedimento comune per scoprire la radura centrale di certi
labirinti. M'intendo un poco di labirinti: non invano sono bisnipote di quel
Ts'ui Pen che fu governatore dello Yunnan e che rinunziò al potere temporale per
scrivere un romanzo che fosse ancor più popoloso del Hung Lu Meng, e per
costruire un labirinto in cui ogni uomo si perdesse. Tredici anni dedicò a
queste eterogenee fatiche, ma la mano d'uno straniero lo assassinò e il suo
romanzo era insensato e nessuno trovò il labirinto. Sotto alberi inglesi meditai
su quel labirinto perduto: lo immaginai inviolato e perfetto sulla cima segreta
d'una montagna; lo immaginai subacqueo, cancellato dalle risaie; lo immaginai
infine, non già di chioschi ottagonali e di sentieri che voltano, ma di fiumi e
di province e di regni... Pensai a un labirinto di labirinti, a un labirinto
sinuoso e crescente che abbracciasse il passato e l'avvenire, e che implicasse
in qualche modo anche gli astri. Assorto in queste immagini illusorie,
dimenticai il mio destino d'uomo inseguito.
Finzioni
695
Mi sentii, per un tempo indeterminato, percettore
astratto del mondo. La campagna vaga e vivente, la luna, i resti del tramonto
operarono in me; così anche il declivio, che eliminava ogni possibilità di
fatica. La sera era intima, infinita. Il sentiero scendeva e si biforcava, tra i
campi già confusi. Una musica acuta e come sillabica s'avvicinava e
s'allontanava nel va e vieni del vento, appannata di foglie e di distanza.
Pensai che un uomo può esser nemico di altri uomini, di altri momenti di altri
uomini, ma non d'un paese: non di lucciole, di parole, di giardini, di corsi
d'acqua, di tramonti. Giunsi, così, a un alto cancello arrugginito. Di tra le
sbarre, decifrai un viale e una specie di padiglione. Compresi subito due cose,
la prima banale, la seconda incredibile: la musica veniva dal padiglione, la
musica era cinese. Per questo l'avevo accettata senza residuo, senza prestarle
attenzione. Non ricordo se vi fosse un campanello, o un battente, o se chiamai
battendo le mani. Il crepitìo della musica continuò.
Ma dal fondo del
giardino una lanterna s'avvicinava: una lanterna che i tronchi rigavano e ogni
poco annullavano, una lanterna di carta, che aveva la forma dei tamburi e il
colore della luna. La portava un uomo alto. Non vidi il suo volto, che restava
nell'ombra. Aprì il cancello e disse lentamente nella mia lingua:
"Vedo che
il pietoso Hsi P'engX procura di alleviare la mia solitudine. Lei vorrà senza
dubbio vedere il giardino?"
Riconobbi il nome d'uno dei nostri consoli e
ripetei sconcertato:
"Il giardino?"
"Il giardino dei sentieri che si
biforcano."
Qualcosa si agitò nel mio ricordo e pronunciai con
incomprensibile sicurezza:
"Il giardino del mio antenato Ts'ui Pen."
"Il
suo antenato? Il suo illustre antenato? Avanti."
L'umido sentiero s'allungava
a zig-zag come quelli
696 Jorge Luis
Borges
della mia infanzia. Giungemmo a una biblioteca di libri
orientali e occidentali. Riconobbi, rilegati in seta gialla, alcuni tomi
manoscritti dell'Enciclopedia Perduta che diresse il Terzo Imperatore
della Dinastia Luminosa, e che non fu mai stampata. Il disco del grammofono
girava presso una fenice di bronzo. Ricordo anche una grande giara dell'epoca
rosa e un'altra, anteriore di parecchi secoli, di quel colore azzurro che i
nostri artisti copiarono dai vasai di Persia...
Stephen Albert mi osservava,
sorridente. Era (l'ho già detto) molto alto, di tratti affilati, con occhi grigi
e barba grigia. V'era in lui qualcosa del sacerdote e anche del marinaio; mi
disse poi d'essere stato missionario a Tientsin " prima di aspirare a sinologo
".
Ci sedemmo; io su un divano lungo e basso, lui di spalle alla finestra e a
un alto orologio circolare. Calcolai che il mio inseguitore non sarebbe arrivato
prima di un'ora. La mia irrevocabile determinazione poteva aspettare.
"Strano
destino quello di Ts'ui Pen" o disse Stephen Albert. Governatore della sua
provincia natale, dotto in astronomia, in astrologia e nell'interpretazione
infaticabile dei libri canonici, scacchista, famoso poeta e calligrafo: tutto
abbandonò per comporre un libro e un labirinto. Rinunciò ai piaceri
dell'oppressione, dell'ingiustizia, del letto numeroso, dei banchetti, e anche
dell'erudizione, e si chiuse per tredici anni nel Padiglione della Limpida
Solitudine. Alla sua morte, i suoi eredi non trovarono che manoscritti caotici.
La famiglia, come lei forse non ignora, volle darli alle fiamme; ma il suo
esecutore testamentario - un monaco taoista o buddista - insistette per la
pubblicazione."
"Noi del sangue di Ts'ui Pen" replicai " continuiamo a
esecrare quel monaco. La pubblicazione fu insensata. Il libro è una confusa
farragine di varianti contraddittorie. Una volta l'esaminai: nel terzo
capitolo
Finzioni 697
l'eroe muore, nel quarto è
vivo. E quanto all'altra impresa di Ts'ui PenX, al suo Labirinto... "
"Ecco
il Labirinto " disse indicandomi un alto scrittoio di lacca.
"Un labirinto
d'avorio! "esclamai. "Un labirinto minimo..."
"Un labirinto di simboli "
corresse. "Un invisibile labirinto di tempo. A me. barbaro inglese, è stato dato
di svelare questo mistero diafano. A distanza di più di cent'anni, i particolari
sono irrecuperabili. ma non è difficile immaginare ciò che accadde. Ts'ui Pen
avrà detto qualche volta: "Mi ritiro a scrivere un libro". E qualche altra
volta: "Mi ritiro a costruire un labirinto". Tutti pensarono a due opere;
nessuno pensò che libro e labirinto fossero una cosa sola. Il Padiglione della
Limpida Solitudine sorgeva nel centro di un giardino forse intricato; il fatto
può aver suggerito agli uomini l'idea di un labirinto fisico. Ts'ui Pen mori;
nessuno, nelle vaste terre che erano state sue, trovò il labirinto; fu la
confusione del romanzo a suggerirmi che il labirinto fosse il romanzo stesso.
Due circostanze mi dettero la retta soluzione del problema. Una: la curiosa
leggenda secondo cui Ts'ui Pen s'era proposto un labirinto che fosse
strettamente infinito. L'altra: una frase in una lettera che scoprii.
"
Albert si alzò. Per qualche istante mi voltò le spalle; aprì un cassetto
del dorato e annerito scrittoio. Tornò con un sottile foglio a quadretti, che
era stato cremisi e ora era rosa. La fama di calligrafo di Ts'ui Pen era giusta.
Lessi con incomprensione e fervore queste parole che con meticoloso pennello
tracciò un uomo del mio sangue: " Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio
giardino dei sentieri che si biforcano ". Voltai il foglio in silenzio. Albert
proseguì:
"Prima di ritrovare questa lettera, m'ero chiesto in che modo un
libro potesse essere infinito. Non potei pensare che a un volume ciclico,
circolare: un volume
698 Jorge Luis Borges
la
cui ultima pagina fosse identica alla prima, con la possibilità di continuare
indefinitamente. Mi rammentai anche della notte centrale delle Mille e una
notte, dove la regina Shahrazad per una magica distrazione del copista) si
mette a raccontare testualmente la storia delle Mille e una notte, a
rischio di tornare un'altra volta alla notte in cui racconta, e così
all'infinito. Pensai anche a un'opera platonica, ereditaria, da trasmettersi di
padre in figlio, e alla quale ogni nuovo individuo avrebbe aggiunto un capitolo,
e magari corretto, con zelo pietoso, le pagine dei padri. Queste congetture mi
attrassero: ma nessuna sembrava corrispondere, sia pure in modo remoto, ai
contraddittori capitoli di Ts'ui PenX. Ero in questa perplessità. quando mi
fecero avere da Oxford l'autografo che lei ha esaminato. Mi colpì, naturalmente,
la frase: "Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri
che si biforcano". Quasi immediatamente compresi; il giardino dei sentieri
che si biforcano era il romanzo caotico; le parole ai diversi
futuri (non a tutti) mi suggerirono l'immagine della biforcazione nel tempo,
non nello spazio. Una nuova lettura di tutta l'opera mi confermò in quest'idea.
In tutte le opere narrative, ogni volta che s'è di fronte a diverse alternative
ci si decide per una e si eliminano le altre: in quella del quasi inestricabile
Ts'ui PenX, ci si decide - simultaneamente - per tutte. Si creano così, diversi
futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano. Di qui le
contraddizioni del romanzo. Fang - diciamo - ha un segreto; uno sconosciuto
batte alla sua porta; Fang decide di ucciderlo. Naturalmente, vi sono vari
scioglimenti possibili: Fang può uccidere l'intruso, l'intruso può uccidere
Fang, entrambi possono salvarsi, entrambi possono restare uccisi, eccetera.
Nell'opera di Ts'ui PenX, questi scioglimenti vi sono tutti; e ognuno è il punto
di partenza di altre biforcazioni. Talvolta i sentieri di questo labirinto
convergono: per esempio. lei arriva in questa
Finzioni
699
casa ma in uno dei passati possibili lei è mio amico,
in un altro è mio nemico. Se si rassegna alla mia pronuncia incurabile,
leggeremo qualche pagina."
Il suo volto, nel cerchio vivido del lume, era
indubbiamente quello d'un uomo anziano, ma con qualcosa d'infrangibile e anche
d'immortale. Lesse con lenta precisione due versioni di uno stesso capitolo
epico. Nella prima, un esercito marcia alla battaglia attraverso una montagna
deserta; l'orrore delle pietre e dell'ombra gli fa disprezzare la vita, onde
ottiene facilmente la vittoria; nella seconda. lo stesso esercito attraversa un
palazzo in cui é in corso una festa; la risplendente battaglia gli pare una
continuazione della festa, onde ottiene la vittoria. Io ascoltavo con rispettosa
venerazione queste antiche finzioni, forse meno ammirevoli del fatto che le
avesse ideate un uomo del mio sangue, e che me le restituisse un uomo d'un
impero remoto, nel corso d'una disperata avventura, in un'isola occidentale.
Ricordo le parole finali, ripetute in entrambe le versioni come per un comando
segreto: " Così combatterono gli eroi, tranquillo e ammirevole il cuore,
violenta la spada, rassegnati a uccidere o a morire".
Da quell'istante,
sentii intorno a me e in me, nel mio corpo oscuro, un invisibile. intangibile
pullulare. Non il pullulare dei divergenti, paralleli e finalmente coalescenti
eserciti, ma un'agitazione più inaccessibile, più intima, e che coloro, in
qualche modo, prefiguravano. Albert proseguì:
" Non credo che il suo illustre
antenato giudicasse oziose queste varianti. Non giudico inverosimile che
sacrificasse tredici anni dell'infinita esecuzione d'un esperimento retorico.
Nel suo paese, il romanzo è un genere subalterno: a quel tempo era un genere
disprezzato, Ts'ui Pen fu romanziere geniale, ma fu anche un uomo di lettere che
non si considerò, indubbiamente, semplice romanziere. La testimonianza dei suoi
contemporanei proclama - e bene le conferma la sua vita
700
Jorge Luis Borges
- le sue tendenze metafisiche, mistiche.
La controversia filosofica ha gran parte nel suo romanzo. So che, di tutti i
problemi, nessuno l'inquietò né lo travagliò più dell'abissale problema del
tempo. Ebbene, questo è l'unico problema di cui non sia mai questione
nelle pagine del Giardino. La stessa parola che significa tempo
non vi ricorre mai, in nessun caso. Come spiega lei questa volontaria
omissione? "
Proposi varie soluzioni, tutte insufficienti. Le discutemmo.
Alla fine, Stephen Albert mi disse:
" In un indovinello sulla scacchiera,
qual è l'unica parola proibita? "
Riflettei un momento e risposi:
" La
parola scacchiera. "
" Precisamente " disse Albert. "Il
giardino dei sentieri che si biforcano è un enorme indovinello, o parabola, il
cui tema è il tempo: è questa causa recondita a vietare la menzione del suo
nome. Omettere sempre una parola, ricorrere a metafore inette e a
perifrasi evidenti, è forse il modo più enfatico di indicarla. E' il modo
tortuoso che preferì, in ciascun meandro del suo infaticabile romanzo, l'obliquo
Ts'ui Pen. Ho confrontato centinaia di manoscritti, ho corretto gli errori
introdotti dalla negligenza dei copisti, ho congetturato il piano di questo
caos, ho ristabilito, o creduto di ristabilire, l'ordine primitivo, ho tradotto
l'opera intera: non vi ho incontrato una sola volta la parola tempo. La
spiegazione è ovvia: Il giardino dei sentieri che si biforcano è una
immagine incompleta, ma non falsa, dell'universo quale lo concepiva Ts'ui Pen. A
differenza di Newton e di Schopenhauer il suo antenato non credeva in un tempo
uniforme, assoluto. Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e
vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi
che s'accostano, si biforcano, si tagliano o s'ignorano per secoli, comprende
tutte le possibilità. Nella maggior parte di questi tempi noi non
Finzioni 701
esistiamo; in alcuni esiste lei e
io no; in altri io, e non lei; in altri, entrambi. In questo, che un caso
favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia; in un altro, traversando il
giardino, lei mi ha trovato cadavere: in un altro io dico queste medesime
parole, ma sono un errore, un fantasma. "
" In tutti, " articolai non senza
un tremito "o gradisco e venero la sua ricostituzione del giardino di Ts'ui
Pen."
"Non in tutti " mormorò con un sorriso. "Il tempo si biforca
perpetuamente verso innumerevoli futuri. In uno di questi io sono suo nemico.
"
Tornai ad accorgermi di quel pullulare che ho detto. Mi parve che l'umido
giardino che circondava la casa fosse saturo all'infinito di persone invisibili.
Queste persone erano Albert e io, segreti, affaccendati e multiformi in altre
dimensioni del tempo. Alzai gli occhi e l'incubo leggero si dissipò. Nel
giardino giallo e nero c'era un solo uomo; ma quest'uomo era forte come una
statua; ma quest'uomo avanzava per il sentiero ed era il capitano Richard
Madden.
"Il futuro esiste già, " risposi " ma io sono suo amico. Posso
esaminare di nuovo la lettera? "
Albert si alzò. Alto, aprì il cassetto
dell'alto scrittoio; mi volse un momento le spalle. Io avevo preparato la
rivoltella. Mirai con somma attenzione: Albert crollò senza un lamento,
immediatamente. Giuro che la sua morte fu istantanea: una folgorazione.
Il
resto è irreale, insignificante. Madden irruppe, mi arrestò. Sono stato
condannato alla forca. Abominevolmente, ho vinto: ho comunicato a Berlino il
nome segreto della città da attaccare. L'hanno bombardata ieri, l'ho letto negli
stessi giornali che hanno proposto all'Inghilterra quest'enigma: perché il dotto
sinologo Stephen Albert fosse stato assassinato da uno sconosciuto, Yu Tsun. Il
Capo ha decifrato l'enigma. Sapeva che il mio problema era di indicare
(attraverso lo
702 Jorge Luis Borges
strepito
della guerra) la città che si chiama Albert, e che non ho trovato altro mezzo
che uccidere una persona di questo nome. Non sa (nessuno può sapere) la mia
innumerabile contrizione e stanchezza.
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TLON, UQBAR, ORBIS TERTIUS
di J.L.
Borges
Tratto da:Borges, Tutte le opere, A. Mondadori Ed.,
Milano 1984, Vol. I°, pp. 623-641. Traduzione di Franco Lucentini.
Debbo
la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia. Lo
specchio inquietava il fondo d'un corridoio in una villa di via Gaona, a Ramos
Mejìa; l'enciclopedia s'intitola ingannevolmente The Anglo-American
Cyclopaedia (New York 1917), ed è una ristampa non meno letterale che noiosa
dell'Encyclopaedia Britannica del 1902. Il fatto accadde un cinque anni
fa. Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d'un suo
progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o
deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero
permesso ad alcuni lettori - a pochissimi lettori - di indovinare una realtà
atroce o banale. Dal fondo remoto del corridoio lo specchio ci spiava. Scoprimmo
(a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di
mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva
giudicato che gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il
numero degli uomini. Interrogato sull'origine di questo detto memorabile,
rispose che The Anglo-American Cyclopaedia lo registrava nell'articolo su
Uqbar. Nella villa (che avevamo presa in affitto ammobiliata) c'era un esemplare
di quest'opera. Nelle ultime pagine del volume XLVI trovammo un articolo su
Upsala; nelle prime del XLVII, uno su UraI-Altaic Languages; ma nemmeno
una parola su Uqbar. Bioy, tra deluso e stupito, interrogò i tomi dell'indice;
provò invano tutte le lezioni possibili: Ukbar, Ucbar, Ooqbar, Qokbar,
Oukbahr... Prima di andarsene, mi disse che si trattava di una
re-
Jorge Luis Borges 624
gione dell'Irak, o
dell'Asia Minore. Confesso che assentii con un certo imbarazzo. Congetturai che
quel paese non documentato, quell'eresiarca anonimo, fossero una finzione
improvvisata dalla modestia di Bioy per giustificare una frase. L'esame, affatto
sterile, d'uno degli atlanti di Justus Perthes, mi confermò in questo
dubbio.
Il giorno dopo, Bioy mi chiamò da Buenos Aires. Mi disse che aveva
sott'occhio l'articolo su Uqbar, nel volume XLVI dell'Encyclopaedia. Il
nome dell'eresiarca non c'era, ma c'era bene notizia della sua dottrina, e in
parole quasi identiche a quelle citate da lui, sebbene - forse - letterariamente
inferiori. Lui aveva citato, a memoria: "Copulation and mirrors are
abominable ".
Il testo dell'Encyclopaedia diceva: "Per uno di
questi gnostici l'universo visibile è illusione, o - più precisamente - sofisma;
gli specchi e la paternità sono abominevoli (mirrors and fatherhood are
abominable) perché lo moltiplicano e lo divulgano". Gli dissi, senza mancare
alla verità, che mi sarebbe piaciuto di vedere codesto articolo. Pochi giorni
dopo me lo portò. Il che mi sorprese, perché gli scrupolosi indici cartografici
della Erdkunde di Ritter ignorano completamente l'esistenza di
Uqbar.
Il volume portato da Bioy era effettivamente il XLVI
dell'Anglo-American Cyclopaedia. L'indicazione alfabetica sul
frontespizio e sulla costola era la stessa che nel nostro esemplare
(Tor-Ups), ma il volume, invece che di 917 pagine, era di 921. Queste
quattro pagine supplementari contenevano l'articolo su Uqbar: non previsto (come
il lettore avrà notato) dall'indicazione alfabetica. Accertammo poi che tra i
due volumi non c'era, a parte questa, altra differenza; entrambi (come credo di
aver indicato) erano ristampe della decima Encyclopaedia Britannica. Bioy
aveva comprato il suo esemplare in una qualsiasi vendita all'asta.
Leggemmo
l'articolo con una certa attenzione. Il
Finzioni -
625
solo passo sorprendente era quello citato da Bioy; il
resto pareva molto verosimile, molto conforme all'intonazione generale
dell'opera e (com'è naturale) un po' noioso. Rileggendolo, scoprimmo sotto la
sua rigorosa scrittura una fondamentale indeterminatezza. Dei quattordici nomi
della sezione geografica ne riconoscemmo solo tre (Khorassan, Armenia, Erzerum),
interpolati nel testo in modo ambiguo; dei nomi storici, uno solo: quello
dell'impostore Esmerdi il Mago, che però era citato solo per confronto.
L'articolo sembrava precisare le frontiere di Uqbar, ma i suoi nebulosi luoghi
di riferimento erano fiumi, crateri e montagne di quello stesso paese. Leggemmo,
per esempio, che il confine meridionale è formato dai bassopiani di Tsai Chaldun
e dal delta dell'Axa, e che nelle isole di questo delta abbondano i cavalli
selvatici. Questo, al principio della pagina 918. Dalla sezione storica (pagina
920) apprendemmo che, in seguito alle persecuzioni religiose del XIII secolo,
gli ortodossi cercarono rifugio in quelle isole, dove s'innalzano ancora i loro
obelischi e dove non è raro, scavando, di ritrovare i loro specchi di pietra. La
sezione "Lingua e Letteratura", assai breve, conteneva un solo luogo notabile,
in cui si diceva che la letteratura di Uqbar era di carattere fantastico, e che
le sue epopee come le sue leggende non si riferivano mai alla realtà, ma alle
due regioni immaginarie di Mlejnas e di Tlön... La bibliografia comprendeva
quattro volumi che finora non c'è riuscito di trovare, sebbene il terzo - Silas
Haslam, History of the Land Called Uqbar, 1874 - figuri nei
cataloghi di libreria di Bernard Quaritch.* Il primo, Lesbare und
lesenswerthe Bemerkungen über das Land Ukkbar in Klein - Asien, avrebbe la
data del 1641 e sarebbe opera di Johannes Valentinus Andreä. La cosa è
significativa: un paio d'anni dopo ritrovai inaspettatamente questo nome
in
* Has1am è anche autore di una General History of
Labyrinths.
Jorge Luis Borges - 626
certe
pagine di De Quincey (Writings, volume XIII), e seppi che era quello di
un teologo tedesco il quale, al principio del secolo XVII, descrisse la comunità
immaginaria della Rosacroce; comunità che altri, poi, fondò realmente
sull'esempio di ciò che colui aveva immaginato.
Quella stessa sera fummo alla
Biblioteca Nazionale; ma invano disturbammo atlanti, cataloghi, annuari di
società geografiche, memorie di viaggiatori e di storici. Nessuno era mai stato
a Uqbar. Neppure l'indice generale dell'enciclopedia di Bioy registrava questo
nome. Il giorno dopo, Carlos Mastronardi (cui avevo riferito il caso) adocchiò
in una libreria le costole in nero e oro della Anglo-American
Cyclopaedia. Entrò e consultò il volume XLVI. Naturalmente, non trovò la
minima traccia di Uqbar.
II
All 'Hotel de Adrogué, tra i caprifogli
effusivi e il fondo illusorio degli specchi, sussiste ancora un qualche ricordo
limitato e decrescente di Herbert Ashe, ingegnere dei Ferrocarriles del Sur. In
vita, come tanti inglesi, aveva patito d'irrealtà; morto, non è nemmeno più il
fantasma che era stato. Alto, disincantato, la sua stanca barba rettangolare era
stata rossa. Pare che fosse vedovo, senza figli. Ogni anno o due andava in
Inghilterra: per visitare (a quanto giudico da fotografie che ci mostrò) una
meridiana e alcuni roveri. Mio padre aveva stretto con lui (ma il verbo è
eccessivo) una di quelle amicizie inglesi che cominciano con l'escludere la
confidenza e prestissimo omettono la conversazione; solevano scambiarsi libri e
periodici; solevano affrontarsi, taciturnamente, agli scacchi... Lo ricordo
nell'atrio dell'albergo, con un libro di matematica in mano. guardando a volte i
colori irrecuperabili del cielo. Una sera,
Finzioni -
627
stavamo parlando del sistema di numerazione duodecimale (in
cui il dodici si scrive dieci); Ashe mi disse che stava traducendo non so che
tavole duodecimali in tavole sessagesimali (in cui sessanta si scrive dieci).
Aggiunse che questo lavoro gli era stato affidato da un norvegese a Rio Grande
do Sul. Otto anni che lo conoscevamo, e non ci aveva mai detto di essere stato
laggiù... Parlammo di vita pastorale, di capangas, dell'etimologia
brasiliana della parola gaucho (che alcuni vecchi dell'est pronunciano
ancora gaúcho), e non fu più questione - Dio mi perdoni - di funzioni
duodecimali. Nel settembre 1937 (noi non eravamo in albergo), Herbert Ashe morì
della rottura di un aneurisma. Giorni prima aveva ricevuto dal Brasile un
pacchetto sigillato e raccomandato. Era un libro in ottavo grande. Ashe l'aveva
lasciato al bar, dove - mesi dopo - lo ritrovai. Mi misi a sfogliarlo e provai
una vertigine stupita e leggera, che non descriverò, perché questa non è la
storia delle mie emozioni ma la storia di Uqbar, di Tlön e dell'Orbis Tertius.
In una notte dell'Islam che chiamano la Notte delle Notti, si spalancano le
porte del cielo e l'acqua si fa più dolce nelle brocche; se queste porte,
allora, si fossero aperte, non avrei provato quello che provai. Il libro era
scritto in inglese ed era di 1001 pagine. Sulla gialla sua costola di cuoio
lessi queste parole, che il frontespizio ripeteva: A First Encyclopaedia of
Tlön. Vol. XI. Hlaer to Jangr. Non v'era data né luogo di
pubblicazione. La prima pagina, e la velina d'una delle tavole, portavano un
timbro ovale, turchino, con questa iscrizione: Orbis Tertius. Due anni
prima, nelle pagine d'una enciclopedia plagiaria, avevo scoperto la sommaria
descrizione d'un falso paese; ora il caso mi recava qualcosa di più prezioso e
più arduo. Avevo tra mano, ora, un frammento vasto e metodico della Storia
totale d'un pianeta sconosciuto, con le sue architetture e le sue guerre, col
terrore delle sue mitologie e il rumore delle sue lingue, con i suoi imperatori
e i
Jorge Luis Borges - 628 suoi mari, con i suoi minerali
e i suoi uccelli e i suoi pesci, con la sua algebra e il suo fuoco, con le sue
controversie teologiche e metafisiche. E tutto ciò articolato, coerente, senza
visibile intenzione dottrinale o parodica.
L'"undicesimo volume" di cui parlo
contiene riferimenti a volumi precedenti e successivi. Néstor Ibarra in un
articolo già classico della "N. R. F.", nega l'esistenza di questi volumi;
Ezequiel Martínez Estrada e Drieu La Rochelle hanno confutato, forse
vittoriosamente, questo dubbio. Ma il fatto è che, finora, le ricerche più
diligenti sono rimaste senza risultato. Invano abbiamo scompigliato le
biblioteche delle due Americhe e d'Europa. Alfonso Reyes, stanco di queste
fatiche subalterne e poliziesche, propone che noi si intraprenda in comune
l'opera di ricostruire i molti e massicci volumi che mancano: ex ungue
leonem. Calcola un po' sul serio, un po' per scherzo, che una generazione di
tlönisti potrebbe bastare. Questo calcolo arrischiato ci riporta al
problema fondamentale: chi furono gli inventori di Tlön? Il plurale è
inevitabile, perché l'ipotesi d'un solo inventore - d'un infinito Leibniz
operante nelle tenebre e nella modestia - è stata scartata all'unanimità. Si
pensa che questo brave new world sia opera d'una società segreta di
astronomi, di biologi, di ingegneri, di metafisici, di poeti, di chimici, di
moralisti, di pittori, di geometri... sotto la direzione di un oscuro uomo di
genio. Abbondano, infatti, gli individui che dominano queste diverse discipline,
ma non quelli capaci di invenzione, e ancor meno quelli capaci di subordinare
l'invenzione a un piano rigoroso e sistematico com'è il piano di Tlön. Questo
piano è così vasto che il contributo di ciascuno scrittore dev'essere stato
infinitesimale. Al principio si credette che Tlön fosse un puro caos, una
irresponsabile licenza dell'immaginazione; si sa ora che è un cosmo, e le intime
leggi che lo reggono sono state formulate, anche se in modo provvisorio. Mi
basti ricordare che nelle contrad-
Finzioni -
629
dizioni apparenti dell'"undicesimo volume" s'è scorta
la prova fondamentale che gli altri volumi esistono: tanto è lucido e giusto
l'ordine in esso seguito. Le riviste popolari hanno divulgato, con perdonabile
eccesso, la zoologia e la topografia di Tlön; io penso che le sue tigri
trasparenti e le sue torri di sangue non meritino, forse, la continua attenzione
di tutti gli uomini. Ma mi arrischio a spendere qualche minuto sulla sua
concezione dell'universo.
Hume, una volta per tutte, osservò che gli
argomenti di Berkeley non ammettono la minima replica e non infondono la minima
convinzione. Questo giudizio è verissimo sulla terra, falsissimo su Tlön. Le
nazioni di questo pianeta sono - congenitamente - idealiste; il loro linguaggio
e le derivazioni del loro linguaggio - religione, letteratura, metafisica -
presuppongono l'idealismo. Il mondo, per coloro, non è un concorso di oggetti
nello spazio; è una serie eterogenea di atti indipendenti; è successivo,
temporale, non spaziale. Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui
procedono gli idiomi e i dialetti "attuali", non esistono sostantivi; esistono
verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore
avverbiale. Per esempio: non c'è una parola che corrisponda alla nostra parola
luna, ma c'è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare.
Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè,
nell'ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar
traduce brevemente: hop, dietro perscorrere allunò, Upward, bebjnd the
onstreaming, it mooned).
L'anzidetto si riferisce agli idiomi
dell'emisfero australe. In quelli dell'emisfero boreale (sulla cui
Ursprache l'undicesimo volume dà pochissime indicazioni) la cellula
primordiale non è il verbo, ma l'aggettivo monosillabico. Il sostantivo si forma
per accumulazione di aggettivi. Non si dice luna: si dice aereo-chiaro
sopra scuro-rotondo, o aranciato-tenue-dell'altoceleste,
o
Jorge Luis Borges - 630
qualsiasi altro
aggregato. In questo caso particolare, la massa degli aggettivi corrisponde a un
oggetto reale; ma si tratta, appunto, di un caso particolare. Nella letteratura
di questo emisfero (come nell'universo sussistente di Meinong) abbondano gli
oggetti ideali, convocati e disciolti in un istante secondo le necessità
poetiche. Determina questi oggetti, a volte, la mera simultaneità: alcuni si
compongono di due termini, uno di carattere visivo e uno di carattere uditivo:
il colore del giorno nascente e il grido remoto d'un uccello; altri di più
termini: il sole e l'acqua contro il petto del nuotatore, il vago rosa tremulo
che si vede con gli occhi chiusi, la sensazione di chi si lascia portare da un
fiume e, nello stesso tempo, dal sogno. Questi oggetti di secondo grado possono
combinarsi con altri; il processo. grazie a certe abbreviazioni, è praticamente
infinito. Vi sono poemi famosi composti d'una sola enorme parola. Questa parola
corrisponde a un solo oggetto, l'oggetto poetico creato dall'autore. Dal
fatto che nessuno crede alla realtà dei sostantivi nasce, paradossalmente, che
il numero di questi ultimi è interminabile. Gli idiomi dell'emisfero boreale di
Tlön possiedono tutti i numeri delle lingue indo-europee, e molti altri.
Non
è esagerato affermare che la cultura classica di Tlön comprende una sola
disciplina: la psicologia. Le altre, le sono subordinate. Ho già detto che gli
abitanti di questo pianeta concepiscono l'universo come una serie di processi
mentali, che non si svolgono nello spazio, ma successivamente, nel tempo.
Spinoza attribuisce alla sua inesauribile divinità i modi del pensiero e
dell'estensione; su Tlön, nessuno comprenderebbe la giustapposizione del secondo
(che caratterizza solo alcuni stati) e del primo, che è un sinonimo perfetto del
cosmo. In altre parole: non concepiscono che lo spaziale perduri nel tempo. La
percezione di una fumata all'orizzonte, e poi della campagna incendiata, e poi
della
Finzioni - 631 sigaretta mal spenta che provocò
l'incendio, è considerata un esempio di associazione di idee.
Questo monismo
o idealismo totale invalida la scienza. Spiegare (o giudicare) un fatto, è
unirlo a un altro fatto; ma quest'unione, su Tlön, corrisponde a uno stato
posteriore del soggetto, e non s'applica allo stato anteriore, dunque non lo
illumina. Ogni stato mentale è irreducibile: il solo fatto di nominarlo - id
est, di classificarlo - comporta una falsificazione. Da ciò, sembrerebbe
potersi dedurre che su Tlön non si dànno scienze, ne ragionamenti di sorta. La
verità, paradossale, è che le scienze colà esistono, e in numero quasi
sterminato. Delle filosofie, nell'emisfero boreale, accade ciò che nell'emisfero
australe accade dei sostantivi: il fatto che ogni filosofia non possa essere, in
partenza, che un gioco dialettico, una Philosophie des Als Ob, ha
contribuito a moltiplicarle. Abbondano i sistemi incredibili, ma di architettura
gradevole o di carattere sensazionale. I metafisici di Tlön non cercano la
verità, e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa. Giudicano la metafisica un
ramo della letteratura fantastica. Sanno che un sistema non è altro che la
subordinazione di tutti gli aspetti dell'universo a uno qualsiasi degli aspetti
stessi. Ma persino l'espressione "tutti gli aspetti" è confutabile, poiché si
fonda su un'impossibile addizione dell'istante presente ai passati; e questo
stesso plurale, "i passati", è illecito, perché suppone un'altra operazione
impossibile... Una delle scuole di Tlön nega perfino il tempo: argomenta che il
presente è indefinito, che il futuro non ha realtà che come speranza presente.*
Un'altra scuola afferma che il tempo è già tutto trascorso, e che la
nostra vita è appena il ricordo o riflesso crepuscolare, e senza dubbio
falsato
* Russell ( The Analysis of Mind,1921, p. 159)
suppone che il pianeta sia stato creato da pochi minuti, provvisto d'una umanità
che "ricorda" un passato illusorio.
Jorge Luis Borges -
632
e mutilato, di un processo irrecuperabile. Un'altra,
che la storia dell'universo - e in esso le nostre vite, i più tenui particolari
delle nostre vite - è la scrittura che produce un dio subalterno per intendersi
con un demonio. Un'altra, che l'universo è paragonabile a quelle crittografie in
cui non tutti i segni hanno un valore, e che solo è vero ciò che accade ogni
trecento notti. Un'altra ancora, che mentre dormiamo qui, stiamo svegli
dall'altra parte, e che dunque ogni uomo è due uomini.
Tra le dottrine di
Tlön, nessuna ha sollevato tanto scandalo come il materialismo. Alcuni pensatori
ne hanno dato una formulazione, ma in termini più fervidi che chiari, come chi
sa di proporre un paradosso. Per facilitare l'intendimento di una tesi così
inconcepibile, un eresiarca del secolo XI* escogitò il sofisma delle nove monete
di rame, la cui scandalosa rinomanza equivale, su Tlön, a quella delle aporie
eleatiche. Di questo "ragionamento specioso" si hanno molte versioni, che
differiscono quanto al numero delle monete o a quello dei ritrovamenti; ecco la
più comune:
Il martedì, X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde
nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco
arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo
stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia
di casa sua.
Da questa storia l'eresiarca pretendeva dedurre la realtà - cioè
la continuità - delle nove monete recuperate.
E' assurdo (affermava)
immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al giovedì,
tre dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina. E'
logico pensare che esse siano esistite - anche se
* Secolo, in dipendenza
del sistema duodecimale, significa qui un periodo dl 144
anni.
Finzioni - 633
in un certo modo segreto,
di comprensione vietata agli uomini - in tutti i momenti di questi tre
periodi.
Il linguaggio di Tlön si prestava male alla formulazione di questo
paradosso; i più non lo compresero. I difensori del senso comune si limitarono,
al principio, a negare la veracità della storia. Ripeterono che si trattava di
un inganno verbale, fondato sull'impiego temerario di due voci neologiche, non
consacrate dall'uso ed estranee ad ogni pensare severo: i verbi trovare e
perdere, che comportavano, qui, una petizione di principio, poiché
supponevano l'identità delle prime nove monete e delle seconde. Rammentarono che
ogni sostantivo (uomo, moneta, giovedì, mercoledì, pioggia) non ha che un valore
metaforico. Denunciarono la perfida circostanza di quell'"un poco arrugginite
per la pioggia del mercoledì", che presuppone ciò che si tratta di dimostrare:
la persistenza delle quattro monete tra il martedì e il giovedì. Osservarono che
altro è uguaglianza, altro identità; e prospettarono, in guisa di
reductio ad absurdum, il caso ipotetico di nove uomini che in nove notti
successive provano un vivo dolore. Non sarebbe assurdo - chiesero - pretendere
che questo dolore sia lo stesso?* Aggiunsero che l'eresiarca era stato mosso
unicamente dal proposito blasfemo di attribuire la divina categoria dell'essere
ad alcune semplici monete; e rilevarono che colui a volte negava la pluralità,
altre no. Se l'uguaglianza comporta identità - argomentarono - bisognerebbe
anche ammettere che le nove monete sono una moneta sola.
Incredibilmente,
questi argomenti non riuscirono a
* Oggi, una delle chiese di Tlön sostiene
platonicamente che certe cose come un determinato dolore, una determinata
sfumatura verdastra del giallo, una determinata temperatura, un determinato
suono, costituiscono l'unica realtà. Tutti gli uomini, nel vertiginoso istante
del coito, sono lo stesso uomo. Tutti gli uomini che ripetono un verso di
Shakespeare sono William Shakespeare.
Jorge Luis Borges-
634
una confutazione definitiva. A cento anni
dall'enunciazione del problema, un pensatore non meno brillante dell'eresiarca,
ma di tradizione ortodossa, formulò un'ipotesi molto audace. Secondo questa
felice congettura, v'è un solo soggetto: questo soggetto indivisibile è ciascuno
degli esseri dell'universo, i quali sono organi e maschere della divinità. X è Y
ed è Z. Z scopre tre monete perché ricorda che X le ha perdute; X ne trova due
sulla soglia perché ricorda che le altre sono state recuperate... L'undicesimo
tomo lascia capire che la vittoria completa di questo panteismo idealista si
dovette a tre ragioni fondamentali: primo, il ripudio del solipsismo; secondo,
la possibilità di conservare la base psicologica delle scienze; terzo, la
possibilItà dl conservare il culto degli dèi. Schopenhauer (l'appassionato e
lucido Schopenhauer) formula una dottrina molto simile nel primo volume dei
Parerga und Paralipomena.
La geometria di Tlön comprende due
discipline abbastanza distinte: la visuale e la tattile. La seconda corrisponde
alla nostra, ed è subordinata alla prima. La base della geometria visiva è la
superficie, non il punto. Questa geometria ignora le parallele e dichiara che
l'uomo che si sposta modifica le forme che lo circondano. Base di
quell'aritmetica è la nozione di numero indefinito. Accentuano l'importanza dei
concetti di maggiore e minore, che i nostri matematici simboleggiano con > e
<. Affermano che l'operazione del contare modifica le quantità e le trasforma
da indefinite in definite. Il fatto che vari individui, i quali calcolino una
stessa quantità, giungano a risultati eguali, è per gli psicologi un esempio di
associazione di idee o di buon esercizio della memoria. Sappiamo già, infatti,
che in Tlön il soggetto della conoscenza è unico ed eterno.
L'idea del
soggetto unico informa anche, completamente, gli abiti letterari. E' raro che i
libri siano firmati. La nozione dl plagio non esiste: s'è stabilito che tutte le
opere sono opere d'un solo autore, atemporale
Finzioni -
635 e anonimo. La critica suole inventare autori: sceglie due opere
dissimili - il Tao Te King e Le Mille e una notte, diciamo, - le
attribuisce a uno stesso scrittore, e passa subito a determinare, con diligenza,
la psicologia di questo interessante homme de lettres...
Non meno
indifferenziati sono i libri. Quelli di narrativa hanno tutti lo stesso
argomento, con tutte le permutazioni immaginabili. Quelli di carattere
filosofico contengono invariabilmente la tesi e l'antitesi, il rigoroso
pro e contra di ciascuna dottrina. Un libro che non includa il suo
antilibro è considerato incompleto.
Secoli e secoli di idealismo non hanno
mancato di influire sulla realtà. Non è infrequente, nelle regioni più antiche
di Tlön, la duplicazione degli oggetti perduti. Due persone cercano una matita;
la prima la trova, e non dice nulla; la seconda trova una seconda matita, non
meno reale, ma meno attagliata alla sua aspettativa. Questi oggetti secondari si
chiamano hrönir, e sono, sebbene di forma sgraziata, un poco più lunghi.
Fino a non molto tempo fa, i hrönir furono creature casuali della
dimenticanza e della distrazione. Alla loro produzione metodica - sembra
impossibile, ma così afferma l'"undicesimo volume" - non s'è giunti che da cento
anni. I primi tentativi furono sterili. Il modus operandi merita d'essere
ricordato. Il direttore di una delle carceri dello stato comunicò ai detenuti
che nell'antico letto d'un fiume v'erano certi sepolcri, e promise la libertà a
chi facesse un ritrovamento importante. Durante i mesi che precedettero gli
scavi, furono mostrate ai detenuti fotografie di ciò che dovevano ritrovare.
Questo primo tentativo mostrò che la speranza e l'avidità possono costituire una
inibizione; in una settimana di lavoro con la pala e con il piccone, non si
riuscì ad esumare altro hrönir che una ruota arrugginita, di data
anteriore all'esperimento. La cosa fu mantenuta segreta e fu poi ripetuta in
quattro istituti di educazione. In tre, l'insuccesso fu quasi completo; nel
quarto
Jorge Luis Borges - 636
il cui
direttore morì casualmente durante i primi scavi) gli scolari esumarono - o
produssero - una maschera d'oro, una spada arcaica, due o tre anfore dl coccio,
e il torso verdastro e mutilato d'un re, recante sul petto un'iscrizione che non
s'è ancora potuta decifrare. Si scoprì in tal modo come la presenza o testimoni
a conoscenza del carattere sperimentale della ricerca, costituisca una
controindicazione... Le investigazioni in massa producono oggetti
contraddittori; oggi si preferiscono i lavori individuali e quasi improvvisati.
La produzione metodica dei hrönir (dice l'undicesimo volume) ha reso
servizi prodigiosi agli archeologi. Essa ha permesso di interrogare e perfino dl
modificare il passato, divenuto non meno plastico e docile dell'avvenire. Fatto
curioso: i hrönir di secondo e di terzo grado - i hrönir derivati
da un altro hrönir: quelli derivati dal hrön di un hrön -
esagerano le aberrazioni del hrön iniziale; quelli di quinto, ne sono
quasi privi; quelli di nono, si confondono con quelli di secondo; quelli di
undicesimo, hanno una purezza di linee non posseduta neppure dall'originale. Il
processo è periodico: Il hrön di dodicesimo grado comincia già di nuovo a
decadere. Più strano e più puro di ogni hrön è talvolta l'ur: la
cosa prodotta per suggestione, l'oggetto evocato dalla speranza. La gran
maschera d'oro cui ho accennato ne è un illustre esempio.
Le cose, su Tlön,
si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la
gente le dimentichi. E' classico l'esempio di un'antica soglia, che perdurò
finché un mendicante venne a visitarla, e che alla morte di colui fu perduta di
vista. Talvolta pochi uccelli, un cavallo, salvarono le rovine di un
anfiteatro.
1940, Salto Oriental
Poscritto del 1947. - Ho
riprodotto l'articolo precedente come apparve nell'Antologia de la literatura
fan-
Finzioni - 637 tastica, 1940, senz'altra esclusione
che di alcune metafore d'una specie di riassunto burlesco che oggi risulterebbe
fuori di luogo. Sono accadute tante cose da allora... Mi limiterò a farne
cenno.
Nel marzo 1941, in un libro di Hinton che aveva appartenuto a Herbert
Ashe, si trovò una lettera manoscritta di Gunnar Erfjord. La busta recava il
timbro postale di Ouro Preto; la lettera chiariva interamente il mistero di
Tlön. Il suo testo conferma le ipotesi di Martinez Estrada. La splendida storia
cominciò una notte di Lucerna o di Londra, al principio del secolo XVII. Una
società segreta e benevola (che contò tra i suoi affiliati Dalgarno, e poi
George Berkeley) sorse per inventare un paese. Nel vago programma iniziale
figuravano gli "studi ermetici", la filantropia e la cabala. A questo primo
periodo risale il curioso libro di Andreä. In capo ad alcuni anni di
conciliaboli e di sintesi premature, si comprese che una generazione non bastava
per articolare un paese. Si decise che ciascuno dei maestri che formavano la
società si sarebbe scelto un discepolo per la continuazione dell'opera. Questo
ordinamento ereditario venne osservato. Poi, dopo uno iato di due secoli, la
confraternita risorge in America. Nel 1824, a Memphis (Tennessee) uno degli
affiliati parla con l'ascetico milionario Ezra Buckley. Quest'ultimo lo sta a
sentire con un certo sprezzo, e si ride della modestia del progetto. Dice che in
America è assurdo inventare un paese, e propone l'invenzione di un pianeta. A
questa idea gigantesca ne aggiunge un'altra, figlia del suo nichilismo: quella
di mantenere il silenzio sull'enorme impresa. Circolavano allora i venti volumi
della prima Encyclopaedia Britannica; Buckley suggerisce un'enciclopedia
metodica del pianeta illusorio. Lascerà al pianeta i suoi filoni auriferi, i
suoi fiu-
* Buckley era libero pensatore, fatalista e difensore dello
schiavismo.
Jorge Luis Borges - 638 mi navigabili, le sue
praterie solcate dal toro e dal bisonte, i suoi negri, i suoi postriboli e i
suoi dollari, ma a una condizione: "L'opera non patteggerà con l'impostore Gesù
Cristo". Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini
mortali sono capaci di concepire un mondo. Buckley muore avvelenato a Baton
Rouge, nel 1825. Nel 1914 la società rimette ai suoi collaboratori, che sono
trecento, l'ultimo volume della prima Encyclopaedia di Tlön. La
pubblicazione resta segreta: i suoi quaranta volumi (l'opera più vasta che mai
si sia compiuta dagli uomini) dovranno servire di base a una altr'opera più
minuziosa, redatta non più in inglese, ma in una delle lingue dl Tlön. Questa
revisione di un mondo illusorio si chiama provvisoriamente Orbis Tertius,
e uno dei suoi modesti demiurghi fu Herbert Ashe, non so se come agente di
Gunnar Erfjord o come affiliato. Il fatto che egli ricevette l'"undicesimo
volume" sembra favorire la seconda ipotesi. Ma gli altri volumi? A cominciare
dal 1942, i fatti si moltiplicarono. Ricordo con singolare nettezza uno dei
primi, e mi pare che sentii qualcosa del suo carattere premonitore. Accadde in
un appartamento della via Laprida, dinanzi a un chiaro e alto balcone aperto sul
tramonto. La principessa de Faucigny Lucinge aveva ricevuto da Poitiers il suo
vasellame d'argento. Dal vasto fondo di un cassone costellato di etichette
internazionali, venivano tratti alla luce oggetti fini e immobili: argenteria di
Utrecht e di Parigi con una dura fauna araldica, un samovar. Tra il vasellame -
con un percettibile e tenue tremore di uccello addormentato - palpitava
misteriosamente una bussola. La principessa non la riconobbe. L'ago turchino
anelava al nord magnetico; la cassa di metallo era concava; le lettere del
quadrante erano d'uno degli alfabeti di Tlön. Fu questa la prima intrusione del
mondo fantastico nel mondo reale. Della seconda, per un caso che m'inquieta, fui
ancora testimone io stesso. Accadde alcuni mesi
Finzioni -
639
dopo, nel bazar di un brasiliano, alla Cuchilla Negra.
Amorim e io tornavamo da Sant'Anna. Una piena del fiume Tacuarembó ci obbligò a
provare (e a sopportare) quella rudimentale ospitalità. Il brasiliano ci sistemò
due brande cigolanti in uno stanzone ingombro di botti e di cuoiami. Ci
coricammo, ma ci tennero svegli fino all'alba le escandescenze d'un vicino
invisibile, che pareva ubriaco e alternava bestemmie inestricabili con frammenti
di milongas: o meglio, con frammenti d'una sola milonga. Com'è naturale,
attribuimmo quell'insistente baccano all'amicizia del padrone per la propria
acquavite... Ma all'alba, trovammo l'uomo morto nel corridoio. L'asprezza della
sua voce ci aveva ingannato: era appena un ragazzo. Nel delirio, gli erano
cadute dalla cintura alcune monete e un cono di metallo lucente, del diametro di
un dado. Un bambino, che volle raccogliere questo cono, non ci riuscì. Un uomo
lo sollevò, ma con gran fatica. Io lo tenni in mano per alcuni minuti e ricordo
il suo peso intollerabile, che perdurò anche dopo che l'ebbi lasciato. Ricordo
anche il cerchio preciso che mi scolpì sul palmo. Il fenomeno d'un oggetto così
piccolo e nello stesso tempo così pesante, lasciava un'impressione spiacevole,
di sgomento e di paura. Un contadino propose di gettarlo nel fiume tumultuoso.
Amorim lo acquistò per pochi pesos. Nessuno sapeva nulla del morto, tranne che
"veniva dalla frontiera". Questi coni piccoli e pesantissimi (fatti d'un metallo
che non è di questo mondo), sono l'immagine della divinità in certe religioni di
Tlön.
Do qui termine alla parte personale della mia narrazione. Il resto è
già nella memoria (o nella speranza, o nel timore) di tutti i miei lettori. Mi
basterà di rammentare i fatti seguenti, con parole brevi che s'arricchiranno e
amplieranno nel concavo ricordo comune. Nel 1944, un reporter del quotidiano
"The American" (di Nashville, Tennessee) scovò in una biblioteca di Memphis i
quaranta volumi della prima Encyclopaedia
Jorge Luis Borges
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di Tlön. Ma si discute tuttora sulla natura della
scoperta: se sia stata casuale, o se l'abbiano consentita i direttori
dell'ancora nebuloso Orbis Tertius. L'ipotesi più verosimile è la
seconda. Nell'esemplare di Memphis, alcuni passi incredibili dell'"undicesimo
volume" (quelli, per esempio, sulla moltiplicazione dei hrönir) sono stati
eliminati o attenuati; è ragionevole pensare che queste correzioni corrispondano
all'intenzione di presentare un mondo non troppo incompatibile con il mondo
reale. La disseminazione di oggetti di Tlön nei diversi paesi farebbe parte
dello stesso piano...* Il fatto è che il "ritrovamento" ha avuto nella stampa
internazionale un'eco infinita. Manuali, antologie, riassunti, versioni
letterali, ristampe autorizzate e non autorizzate di questo Opus Majus
del Genere Umano hanno inondato e continuano a inondare la terra. Quasi
immediatamente la realtà ha ceduto in più punti. Quel ch'è certo, è che anelava
di cedere. Dieci anni fa, bastava una qualunque simmetria con apparenza di
ordine - il materialismo dialettico, l'antisemitismo, il nazismo - per mandare
in estasi la gente. Come, allora, non sottomettersi a Tlön, alla vasta e
minuziosa evidenza di un pianeta ordinato? Inutile rispondere che anche la
realtà è ordinata. Sarà magari ordinata, ma secondo leggi divine - traduco:
inumane - che non finiamo mai di scoprire. Tlön sarà un labirinto, ma è un
labirinto ordito dagli uomini, destinato a esser decifrato dagli uomini.
Il
contatto con Tlön, l'assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo.
Incantata dal suo rigore, l'umanità dimentica che si tratta d'un rigore di
scacchisti, non di angeli. E' già penetrato nelle scuole l'"idioma primitivo"
(congetturale) di Tlön; e l'insegnamento della sua storia armoniosa (e piena di
episodi
*Resta da risolvere, naturalmente, il problema della materia
di alcuni di questi oggetti.
Finzioni -
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commoventi) ha già obliterato quella che presiedette
alla mia infanzia: già, nelle memorie, un passato fittizio occupa il luogo
dell'altro, di cui nulla sapevamo con certezza... neppure se fosse falso. Sono
state riformate la numismatica, la farmacologia e l'archeologia. Suppongo che la
biologia e la matematica attendano anch'esse il proprio avatar... Una sparsa
dinastia di solitari ha cambiato la faccia del mondo. I lavori continuano. Se le
nostre previsioni non errano, tra un centinaio d'anni qualcuno scoprirà i cento
volumi della seconda Encyclopaedia di Tlön.
Allora spariranno dal
pianeta l'inglese e il francese e il semplice spagnolo. Il mondo sarà Tlön. Io
non me ne curo, io continuo a rivedere, nelle quiete giornate dell'Hotel de
Adrogué, un'indecisa traduzione quevediana (che non penso di dare alle stampe)
dell'Urn Burial di Browne.